mercoledì 20 febbraio 2013

Responsabilità

Prendersi cura di qualcuno implica tante responsabilità.

Nel momento stesso in cui inizi a farlo, ti rendi responsabile della sua salute, della sua educazione, della sua serenità. 

Ogni giorno siamo responsabili per qualcosa, perchè ogni giorno abbiamo a che fare con altri esseri viventi.
Ci sentiamo responsabili non sono per quello che siamo, ma anche e soprattutto per i sentimenti che con le nostre scelte e le nostre azioni provochiamo negli altri. Che questi altri siano esseri umani o animali, poco importa, il confine tra i due mondi non è poi così lontano per le persone dotate di una certa sensibilità.

Da quando l'avevo conosciuta, davo da mangiare a Lilli ogni giorno, le cambiavo anche più volte al giorno l'acqua, e mi sedevo per ore accanto a lei quando si riposava, accarezzandola e pettinandola infinite volte. 
Tutto ciò mi faceva stare bene, quello che invece proprio tranquilla non mi rendeva, era la costante preoccupazione dei momenti in cui si allontanava. Avevo paura che le succedesse qualcosa di spiacevole, che qualcuno la trattasse male, che facesse qualcosa di azzardato, o più semplicemente, che per correre dietro a qualche gatto, finisse sotto ad un auto in corsa.
La responsabilità è un grande peso, è qualcosa che ti rende partecipe della vita di qualcun altro, ma ti porta a fare delle scelte. 
Le scelte che puoi fare sulla vita di un altro essere vivente sono quelle che ti sembrano più giuste, ma non sempre quelle che ti fanno stare meglio. 

Dopo l'intervento tenemmo Lilli legata quando dormiva, la corda era lunga e aveva sempre giochini e acqua a disposizione. Mi dispiaceva vederla legata, ma non c'era altro modo per non farla allontanare. Del resto, lei lì era tranquilla, aveva un cuscino dove dormire e tutto il necessario, e non le facevo mai mancare la mia compagnia. Il post-intervento durò più del previsto, per molti giorni la vidi mogia e con poca voglia di interagire. Dopo quei gironi però, si riprese alla grande, e piano piano acquisì sempre maggiore fiducia verso la nostra, e la sua, nuova famiglia.
Papà, la cui presenza le incuteva tanto timore, riuscì a fare dei passi sempre più vicini a  lei, e non passò tanto tempo prima che Lilli comprendesse la grande persona che era. 
Prima di ritornare in città, Lilli era già ormai parte della famiglia. 
Iniziai a fare lunghe passeggiate con lei, a capire le sue abitudini, o forse solo a capire Lei.
Ogni giorno mi insegnava qualcosa di nuovo sul suo mondo, e ogni giorno rimanevo sbalordita per i suoi progressi, per la sua voglia di fare, per la sua curiosità.

Capii che quelle responsabilità che mi stavo prendendo, non solo potevo condividerle con il resto della mia famiglia, ma che erano ben ripagate dal modo in cui quell'essere peloso mi faceva sentire. 

lunedì 18 febbraio 2013

Una firma che vale una vita

I primi raggi del sole arrivarono nella stanza, e iniziò un nuovo giorno.

Trepidavo nell'attesa della piccola, e girovagavo nel giardino aspettando che tornasse a casa.

Finalmente si affacciò al cancello la Signora bionda, che mi avvisò che era arrivata.
Sembrava ancora più piccola, tutta timida, impaurita, e rimbambita dagli anestetici.
Le avevano rasato il pelo delle zampine e sotto la pancia, dove ora c'erano dei punti neri che dovevano farle piuttosto male. 
La Signora mi spiegò che era tutto normale, che era intontita dai farmaci. Aggiunse però che durante il viaggio verso la clinica era piuttosto shockata, tanto da aver paura che le venisse un arresto cardiaco. La cosa naturalmente, non mi confortò, e mi sentii un nodo alla gola per non averla potuta accompagnare e non essere stata vicina a lei a rassicurarla in quei momenti.
La cosa più importante è che ora ce l'aveva fatta ed era accanto a me.
Mi procurai antibiotici e antidolorifici e con dedizione, come avevo sempre fatto con il mio Didi, le disinfettai la ferita ogni giorno e mi assicurai che stesse bene. 
Al suo ritorno qualcosa era cambiato... lo percepivo. Credo che i miei avessero intuito il mio malessere, la mia preoccupazione, e la mia naturale ostinazione nell'ottenere ciò che desidero e che mi sembra giusto.
Ciò che mi sembrava giusto, era che Lilli si meritasse una famiglia come la nostra. E che noi ci meritassimo il suo amore. 
Dentro di me sapevo esattamente come sarebbe finita. E lo sapeva anche papà. 

Il mio cuore si riempì di tenerezza quando mia sorella mi raccontò di quanto mio padre stesse pensando a Lilli e alla scelta da fare. Io e papà sapevamo quello che avevamo passato. La malattia di Didi ci aveva turbati più di quanto noi stessi pensavamo. Vedevo il mio miglior amico soffrire, papà vedeva me soffrire per lui, e questa grande catena di sofferenza si ripercuoteva sulle nostre anime mentre combattevamo per la vita. 
Papà non voleva più vedermi soffrire. 
Non so cosa lo spinse ad accettare il fatto di portare Lilli con noi, probabilmente perchè sapeva che avrei sofferto allo stesso modo non portando Lilli con me.
Fatto sta, che ciò che avvenne fu magico, e dopo aver avuto anche il consenso di mamma, ero pronta per firmare la cedola di adozione.

Oltre alla cedola, firmai un immaginario patto che aveva come condizioni 1) Far vivere Lilli principalmente sul terrazzo; 2) Portare il giro Lilli; 3) Prendersi la responsabilità di un cane. 
La terza regola fu l'unica che rimase invariata, poichè Lilli riuscì presto a conquistarci tutti.

La sera dopo ebbi in mano quel foglio dell'ANPA da compilare con i dati del mio documento e con le caratteristiche di Lilli. 
Sul retro c'era una lunga lista degli obblighi di cui mi rendevo responsabile nei suoi confronti. Nonostante tutte quelle clausole, viste così, rappresentassero un carico notevole di responsabilità, non ne ero spaventata, perchè sapevo che avrei fatto tutto il possibile per renderla sana e felice.

Completai il tutto, e arrivò il momento di quella firma.

Da quel momento, diventai la sua nuova mamma.

lunedì 4 febbraio 2013

Non tutte le notti portano consiglio

Dopo tanto tempo, decisi di dedicare qualche giorno a me stessa. Avevo bisogno di svuotare la testa da ogni pensiero, dal più piccolo al più grande. Quell'estate non era stata di certo una delle migliori. 
Il mio ragazzo mi venne a prendere, salì in quella macchina, e cercai di lasciarne fuori tutti i pensieri che mi angosciavano.

Appena arrivai in albergo, incontrai un piccolo micio in piscina che catturò la mia attenzione. Poco dopo era tra le mie braccia, così piccolo che quasi entrava in una mano sola. Aveva degli occhi grandi e verdi, il pelo tigrato. Mi ricordò il mio Didi. Era strano come gli animali si avvicinassero a me, quasi non potevo sfuggir loro, in qualunque posto mi trovassi, anche lontano da casa. 

Dopo questo incontro cercai di non soffermarmi troppo sul dolore della perdita, e mi dedicai al pieno relax.

Riuscii in un modo o nell'altro, a lasciar fuori i pensieri che riempivano la mia testa, i momenti meno belli di quell'estate. Mi dissi, e ciò non riguardava soltanto i miei amici a quattro zampe, che tutti si sarebbe risolto.

Ciò non m'impedì di chiedere ogni sera, quando sentivo i miei, come stesse Lilli.
Mi dicevano che stava benissimo, era allegra e spensierata. Il fatto che fosse rimasta nei paraggi mi rendeva serena, avevo sempre paura che qualcuno le potesse fare del male. 

Era il tramonto, un tramonto bellissimo, ed io ero sulla spiaggia, con i sandali sporchi di sabbia, il venticello tra i capelli, e uno sfondo incantato. 
Stavo cercando di scattare una foto ad un gabbiano che si alzava in volo, quando ad un certo punto sentii il cellulare squillare. 
Raggiunsi la borsa che avevo posato qualche metro più in là, e subito, incuriosita e preoccupata per la telefonata inaspettata, presi il cellulare e guardai il display.
Lessi "Volontaria Lilli". Risposi.
Mi disse che era la Signora G. quella che avevo incontrato qualche giorno prima. 
Lei e le altre signore, facevano ogni giorno un giro da quelle e da altri parti per dare da mangiare ai cani di quartiere, ai randagi, ai gatti affamati. 
Erano delle persone stupende, delle donne di mezza età, che sembrava trovassero forza nella loro dedizione verso gli animali meno fortunati. 
La signora mi disse che sarebbero venute a prendersi Lilli un paio di giorni dopo per la sterelizzazione. Le dissi che andava bene. La loro era una campagna contro il randagismo, e bè, stavano facendo la cosa giusta. Lilli doveva già aver avuto la sua esperienza, e in più se si potevano evitare malattie future come tumore di utero e ovaie, credo che questa scelta era quella più sensata se non obbligata.

Arrivò presto il momento di tornare a casa, e di aspettare il mattino seguente, quello in cui sarebbero venute a prendere Lilli per l'intervento.

Fummo costretti a legarla quella sera, perchè doveva essere strettamente a digiuno, e doveva bere l'acqua fino ad una certa ora. Quella notte pianse, e noi ci logorammo dentro, soffrimmo più di lei. 

Dopo una notte insonne, la luce del sole arrivò, e con essa anche le volontarie del canile di Ginosa. 

Accompagnai la piccola al furgoncino, e la sistemarono in una gabbia per portarla alla clinica veterinaria, che purtroppo, pur essendo la più vicina, in realtà non lo era poi così tanto, dato che ci trovavamo in una località di mare.

Era preoccupata, dannatamente preoccupata. 
Sapevo che l'avrebbero riportata e che ne avrebbero avuto cura, ma non riuscivo ad essere che preoccupata.

Dissero che me l'avrebbero portata probabilmente in serata o altrimenti il giorno dopo.

Quel giorno fu infinito. Guardavo insistentemente il cellulare, finchè la sera, verso le 9, la signora mi chiamò dicendomi che l'avrebbero riportata a casa il giorno seguente perchè l'intervento era stato svolto il pomeriggio. 

Continuai ad essere preoccupata, e la notte non portò alcun consiglio, solo opprimente ansia.

Era il primo giorno che passavo in villa senza di lei, e l'unica cosa che posso dire per certo è che mi mancava


...To be continued...