mercoledì 16 gennaio 2013

Il futuro di Lilli

L'estate correva veloce, e l'unica cosa che cercavo di non fare era il non pensare. Purtroppo, era inevitabile. 
Ogni giorno tornavamo dal mare e lei era lì nel suo angolino a fare il suo pisolino, era diventata abitudine vederla anche ogni volta che si tornava dalle uscite serali. Lilli era lì, si faceva i suoi giri mattutini o notturni, ma nonostante ci fosse altra gente che si occupava di darle da mangiare, lei tornava sempre da noi. Ogni giorno, per un tempo sempre più lungo. L'avevamo presentata agli amici miei e di mia sorella, tutti erano stati ammaliati dalla sua infinita dolcezza. Ancora non riusciva a fidarsi degli uomini, il sesso maschile la intimoriva, aveva persino paura di mio padre... forse perchè lo vedeva sempre in giro con qualche attrezzo strano in mano, a pulire, rastrellare, o aggiustare qualcosa. Papà cercò più volte di avvicinarsi a lei da quando era arrivata a farci compagnia, ma ogni volta che erano a poco meno di due metri di distanza, coda tra  le gambe e orecchie basse, lei se ne scappava via finchè il "pericolo" non era passato. Definire mio padre un pericolo, ha un non so che di ironico e ridicolo, dato che credo sia una delle persone più buone del mondo. Presto, infatti, le due anime buone si sarebbero trovate e avrebbero stretto un forte legame. La stessa ostilità che provava verso mio padre, la manteneva per tutti gli uomini. Noi donne a parole siamo quasi sempre più cattive di loro, ma ciò che noi siamo capaci di fare con le parole, gli uomini lo gestisco con i fatti. Questi fatti, poco o per niente ponderati, si possono manifestare in violenza e cattive azioni verso animali, donne, o uomini stessi, verso chiunque rappresenti per loro un pericolo. Probabilmente gli uomini arrivano a conclusioni più in fretta, e ciò è un bene in alcuni campi, ma un male se la fretta corre sopra a morale e sensibilità. 
Se Lillina non si fidava di tutti, iniziava a fidarsi di me. Quando la conobbi una delle prime cose che provai a fare, fu quella di lanciarle una pigna, con l'intento che corresse a prenderla. Scappò impaurita. Provai con un legnetto leggero pensando che forse era la pigna che non le diceva nulla. Corse di nuovo via intimorita. 
La piccola, che mordicchiava ardentemente, non aveva mai saputo cosa significasse giocare. E la paura che qualcuno le potesse lanciare qualcosa contro, era più forte di qualsiasi desiderio di gioco e apprendimento.
Una mattina mi alzai e la trovai in giardino, si avvicinò ed iniziò a correre da una parte e dall'altra, veloce come una saetta, e felice come una pasqua. Fu questo il modo in cui iniziammo a giocare insieme, rincorrendoci e sporcandoci di terreno. 
Un paio di giorni dopo le insegnai a giocare con una pallina, e solo dopo ripresi in mano il legnetto con cui "ci avevo provato" qualche tempo prima. 
Il legnetto ora le piaceva, ed io sorridevo nel vederla giocare. 
Mi sembrava una bambina del terzo mondo, che era arrivata qui, e non aveva mai avuto giocattoli.
Bisognava insegnarle cos'erano una bambola, un peluche, un gioco a squadre, finchè non ne fosse rimasta affascinata e non ne avrebbe capito lo scopo: quello di divertirsi e allenare la mente o il corpo.
Ogni obiettivo che raggiungevo con Lilli, era per me un'immensa vittoria, e così lo sarebbe stato anche in futuro.
Un giorno, stavo per andare al mare e si avvicinò una ragazza dai capelli corti con l'accento del nord e una ciotola piena di acqua in mano. Aveva seguito Lilli fino alla nostra villa, che era diventato oramai il suo campo base. Si era preoccupata nel vederla così magra e, dato il caldo persistente di quei giorni, pensava fosse assetata. Le spiegai che già da  un po' di tempo, aveva sempre dell'acqua fresca a disposizione.
Mentre i miei erano già in auto, con il costume e le loro borse da mare, diedi il mio numero di cellulare alla ragazza, che voleva mettersi in contatto con associazioni cinofile e diffondere annunci sulla pelosetta per trovarle una famiglia. Mi spiegò anche, che lei era un'educatrice cinofila e che credeva che Lilli avesse un grande potenziale. Le dissi che in ogni caso avrei potuto portare Lilli da mia nonna, e che comunque non l'avrei lasciata da sola lì. Mi chiese se avrebbe potuto avere "le coccole" oltre al mangiare e ad un posto sicuro dove stare, e perchè non me la potevo portare con me. Senza spiegarle troppo le dissi che saremmo rimaste aggiornate.
In quel momento ritornarono alla mente tutti quei pensieri che avevo rimandato fino a quel momento, che naturalmente riguardavano il futuro di Lilli.
La immaginai sul terrazzo di mia nonna, che aveva a disposizione molto spazio, dove si sarebbe potuta divertire e si sarebbe sentita libera di rincorrere i tanti presuntuosi gatti che c'erano lì in giro. Mia nonna aveva già una cagna, Pallina, soprannominata Palla, probabilmente per le strane dimensioni che aveva preso negl'ultimi tempi. Era davvero diventata una piccola e rotondeggiante Palla, fedele amica della nonna, che quando riusciva ad averla vicina non perdeva l'occasione di coccolarsela. Per gli animali, mia nonna, nutriva un rispetto e un amore che riservava solo a loro. Che dire, in questo era più che saggia. Gli animali le avevano dato sostegno e amore durante tutta la sua vita, ed era per questo che ripeteva un centinaio di volte al giorno, a chiunque si aggirasse per casa, se i cani avevano mangiato. "Povere bestie, stanno lì fuori senza che nessuno li curi, eppure sono così buoni" - diceva. Quel che è certo, è che di mangiare ne avevano, fin troppo! Quel che impediva a mia nonna di averli sempre in casa, era la sua vecchiaia. I suoi figli, soprattutto mio zio, che non vedeva l'ora di sbatterla in una casa per anziani per poi probabilmente vendere tutto, erano intimoriti dal fatto che potessero farla cadere. Mio zio, di nome ma non di fatto, ultimamente diceva persino che voleva chiudere Pallina nello scantinato. Pazzo e meschino. Negare a chi ti ha cresciuto, uno svago, nonchè l'amore a cui teneva tanto, dei suoi animali, credo sia più che cattivo. Di cose, quando in giro si diffuse l'idea di portare Lilli dalla nonna, mio zio, ne disse tante. Troppe. Piansi dalla rabbia quando le sentii. Mi sfogai con mia madre e persino con mio padre. Credo che neanche lui sapesse come quell'essere schifoso potesse essere suo fratello. La sorella di mio padre, invece era buona. Aveva il suo carattere ma amava gli animali. Nonostante qualche perplessità per la salute della nonna, non era del tutto contraria, anche se non ne ero poi tanto sicura. In ogni caso, questa soluzione non mi rendeva soddisfatta neanche al 30%. 
L'idea che Lilli potesse entrare a far parte di un'altra famiglia, oltre ad essere difficile da realizzare in una realtà del sud come la nostra, dove la disinformazione regna sovrana e dove si fa a gara a chi spende di più per il cane della miglior razza (cosa che approfondirò in seguito, quando Lillina sarà salva nella sua nuova casa), mi rendeva sinceramente un po' gelosa. Sentivo che io e Lilli avevamo legato troppo. Avevo perso il mio miglior amico, il mio fratellino di zampa, e non volevo perdere anche lei. 

INSOMMA... nessuna delle alternative mi rendeva felice in pace con me stessa. 

...To be continued...

domenica 13 gennaio 2013

La strana ragazzina

In quei giorni, oltre a Lilli, si avvicinò a me una ragazzina sui 14 anni con lunghi capelli biondi, dall'aspetto sano e dallo sguardo vivace.

Non assomigliava per nulla alla madre, così magra da far impressione, senza qualche dente, con i capelli castani, ricci e sempre spettinati, e con la voce isterica. 
Già, quella ragazzina era la figlia della Signora Matta della villa vicina.
Certo, era diversa da lei, ma purtroppo qualche squilibrio mentale aveva preso anche lei. Come darle tutti i torti, di certo non viveva in un ambiente familiare felice. Ciò che diventiamo è per il 90% dovuto a ciò che impariamo dai nostri genitori. Lei aveva solo la madre, suo padre era morto, ma pare che la vita con lui in casa fosse ancora più violenta di quella sotto le grida della madre. Leggende del quartiere descrivono il defunto nonno come una persona discreta che aveva avuto però problemi psicologici, e l'unico uomo rimasto vicino a loro credo fosse lo zio, che era ben poco, se non per nulla, disponibile a sopportare il resto della famiglia. 
La ragazzina, come la madre, non perdeva l'occasione di placcarmi ogni volta che ero nei dintorni, per sottopormi ogni volta un quesito o una storia diversa. Non mi sarei lamentata se le sue storie fossero state piacevoli. Per lo meno non erano sempre le stesse come quelle che raccontava sua madre. 
Imparai a sopportare entrambe, mostrando finto interesse, o addirittura indifferenza. Faceva lo stesso, avevano solo bisogno di essere ascoltate. In realtà alcune cose di quella ragazzina e del suo stile di vita mi incuriosivano, perchè sin da quando ero piccola avevo sentito i suoi litigare dalla mattina alla sera ed erano gli unici nel vicinato che vivevano tutto l'anno lì. Solo dopo molte chiaccherate le chiesi il suo nome, o forse lo imparai per tutte le volte che la madre la rimproverava o la chiamava per mangiare mentre si aggirava nel mio giardino. Si chiamava Desy. Parlava della disoccupazione della madre che li aveva spinti a trasferirsi qualche anno prima al nord, ma che, in assenza di un lavoro stabile, li aveva costretti a tornare in quel piccolo paesino di mare, ottimo per il relax estivo, ma veramente desolato e triste d'inverno. Disse più volte di avere un iPad, cosa che mi lasciò contraddetta dato che l'unica loro entrata era l'affitto del piano superiore della villa, oltre alle probabili e scarse rimanenze del patrimonio di famiglia. Io credo che ce l'avesse davvero, e vi dirò, si vestiva pure discretamente. Tutto normale, ma dato che la sua condizione non lo era poi tanto, un po' mi stupiva. Trattava la madre con polso duro, quasi da sembrare lei il capofamiglia, e il suo fratellino in confronto a loro, era quasi invisibile. L'anno prima vennero da me, lei e il fratello minore, perchè avevano trovato un cane che si era smarrito, e, dopo essere stato visto da loro. alla fine arrivato alla nostra villa.
Inizio a pensare che per l'afflusso di gatti e cani che hanno sempre frequentato il nostro giardino, forse era stato benedetto da San Francesco, o forse dipendeva solo dal fornello del sabato sera. 
Fatto sta che questo cagnolino non voleva essere preso dal collare e ricordo che quasi mi stava per azzannare la mano quando provai a farlo. Prima che capissi come risolvere la situazione, giunse l'allegra combriccola, che di allegro aveva ben poco. La ragazzina sentenziò che l'unica cosa era di andare dai vigili, e così prese la bicicletta e andò verso il centro. 
Lasciò il bambino vicino al cancello della mia villa per impedire al cagnolino di fuggire. Non solo lo lasciò, ma gli ordinò di farlo. Tutto ok, se non fosse che il bambino, così magro rispetto alla sorella, tremava di freddo. Tutto ok, se non fosse stato un giorno agosto. Tremava perchè era ustionato sulle spalle e sulla schiena. Gli dissi di andarsi a mettere una crema doposole e che doveva stare attento e mettersi la protezione. Non lo fece, sia perchè la sorella gli aveva ordinato di rimanere lì, sia perchè la crema doposole non sapeva neanche cosa fosse. Mi disse semplicemente: "la mamma si è dimenticata di prendere la crema per il sole e quindi dovrò usare la maglietta in questi giorni al mare". Stavo per chiamare l'assistenza sociale, quando pensai che la legge italiana è lenta e fa schifo, e che i diritti dei bambini sono al quanto soggettivi. Insomma era meglio non immischiarsi, e forse vedendo il tutto nella sua globalità con sua madre e sua sorella dopotutto non stava troppo male. Era pur sempre la sua famiglia, e qualche piccolo spiraglio di buono c'era anche in essa. 
La questione si risolse, e quella fu la prima volta che mi trovai implicata nei casini di quella ragazza. 
L'anno dopo mi raccontò delle scuole che aveva frequentato, dei pochi amici che aveva (la maggior parte dei quali erano gatti), e dell'unica cosa che suscitava davvero il mio interesse: la storia di Lilli. 
Ogni giorno mi illustrava un episodio differente della vita di Lilli. Mi disse di quando aveva avuto i cuccioli, e del fatto che le erano stati tolti con la forza da un ragazza cattivo, che li aveva venduti a 20 0 30 euro l'uno.
In effetti quando Lilli arrivò dalle nostre parti aveva le mammelle come quelle di una mamma. 
La cosa che ci stupiva era che sembrava molto giovane, ma  ci dissero che i cani potevano rimanere in attesa anche a partire dagli 8 mesi. Facendo una veloce ricerca vidi che in effetti era così, il primo calore giunge in genere tra il sesto e il decimo mese.
Ogni volta che mi veniva raccontata qualcosa di quella cagnolina che stavo accudendo, mi prendeva una stretta al cuore.
Purtroppo le storie su Lilli, in linea con le altre con cui m'intratteneva la ragazza, non erano mai troppo felici.
Anzi non lo erano per nulla, quasi volevo che non corrispondessero alla realtà. Voglio ancora fortemente che non sia stato così.
Un'altra volta mi fu raccontato di quando la madre aveva chiamato l'accalappia cani per disfarsi di Lilli. Disse che quando arrivò, capirono che l'avrebbero soppressa, e sotto consiglio della stessa madre, prese uno dei guinzagli ancora funzionanti e iniziò a correre scappando insieme a lei dove non potevano trovarle. 
Non sapevo quanto ci fosse di vero nel racconto, fatto sta, che in realtà piccole del sud, non si pongono troppi problemi per queste tematiche, oppure le persone che se li pongono sono poche, quasi degli angeli. 
Presto iniziai ad evitarla, perchè ciò che era stato non potevo cambiarlo, potevo solo pensare ad un futuro migliore per quel cane che mi aveva preso il cuore. 
Alla ragazzina Lilli piaceva davvero molto, come le piacevano tutti gli animali, anche se sembrava non essere tanto sensibile nè nei loro confronti, nè verso gli uomini. 
Un giorno venne da me piangendo, dicendo che aveva bisogno d'aiuto, e portando in mano un gatto piccolissimo, quasi entrava in un suo pugno. Era davvero una minuscola anima felina. Non respirava quasi più, era pieno di muco, gli occhi lacrimanti. Sapevo di cosa si trattava. I gatti di mia nonna ne soffrivano da anni, e purtroppo l'unica cura era quella che si poteva applicare con costanza sin dai primi giorni di vita. Chiamai mia zia e le chiesi il nome del farmaco che usava con i mici della nonna. Mi disse il nome e la somministrazione, ma mi spiegò, come già sapevo, che doveva essere applicato dall'inizio o non avrebbe avuto effetto. La ragazzina si limitava a pulirli naso e occhi con un po' d'acqua calda, e questo non sarebbe bastato. Mi supplicò di salvarlo, perchè lei aveva fatto di tutto, era l'ultimo della cucciolata, della cucciolata del gatto che aveva trovato quando c'era ancora suo padre. Feci di tutto, ma quel tutto era ben poco. Le diedi una scatoletta di patè del mio povero Didi che già non c'era più, e  le dissi di andare ad ordinare la medicina, e che saremmo passati noi a pagarla e ritirarla. Il micino non mangiava, ma le dissi di continuare a provare. Dopo meno di un'ora la trovai di nuovo al mio cancello. La sua presenza iniziava davvero ad angosciarmi. E in effetti... facevo bene a farlo!!!
Piangeva. Disse che non ce l'aveva fatta. Piangeva ancora. Aveva poggiato una scatola di croccantini vuota, di quelle piccole sul mio muretto, e non ne capì il significato finchè... non  mi mostrò che in mano aveva il corpo del microgatto che ormai non respirava definitivamente più. Pensai che il suo intento era di farmi venire un attacco di cuore, ma con una forza che neanche io conoscevo riuscì a rimanere lì senza svenire nè scappare. Le dissi che mi dispiaceva, e chi meglio di me, poteva capirla. 
Sapevo che la sua sofferenza sarebbe stata nettamente inferiore alla mia. 
Dopo poco vidi mi sembrava che si fosse già ripresa, sicuramente ne aveva passate tante da non sembrarle poi una tale tragedia. 
Il fatto che venisse da me a confidarsi o in cerca di consigli, sebbene mi facesse alzare i livelli di ansia e sopportazione, da un lato mi lusingava. 

Probabilmente ero la persona che l'aveva ascoltata di più in quei pochi giorni in tutta la sua vita. 


...To be continued...


mercoledì 9 gennaio 2013

Un'unica pellicola

Quel pacco di croccantini non era un semplice pacco di croccantini. Era un nuovo inizio. 

Fu così che iniziammo a prenderci cura di Lilli. Le creammo un suo angolino, o senza essere troppo presuntuosi, diciamo che quell'angolino se lo scelse da sola . Ogni giorno mentre andavamo al mare lei era lì, e quando tornavamo era sempre lì. Spalmata sul pavimento fresco nelle ore di sole più calde, si godeva il suo pisolino, e solo quando ci vedeva scendere dalla macchina,  si alzava e veniva a salutarci.
In una ciotola in plastica, riciclata da una vaschetta di gelato, le sistemammo l'acqua fresca, in un piatto di plastica le mettevamo invece croccantini e carne in scatola. 
La vaschetta di acqua, diventò presto un secchio dalla capienza di 5 litri, non solo a causa della mole della mia nuova amica, ma anche e soprattutto perchè scoprimmo che, nonostante fosse probabilmente diventata da poco mamma, assumeva tutti gli atteggiamenti tipici di un cucciolo.
La notte, mentre tutti dormivano, sfogava la sua noia su qualsiasi cosa le paresse appetibile. 
Toccò, così, prima alla vaschetta dell'acqua, poi al secchiello che usai per sostituirla, poi alle palline da ping pong e ai manici in gomma delle racchette da ping pong, poi infine alle vecchie ciabatte di mamma lasciate incustodite nel nostro spiazzale. 
Se non riusciva a placare la sua rabbia divoratrice, appena sentiva abbaiare i due cani della villa all'angolo (cosa che era fin troppo frequente dato che erano sempre legati ad una grossa catena, non uscivano mai, ed erano sempre dietro a quelle grate a far da guardia), correva in strada ad ululare.
Per questo, la maggior parte del vicinato la odiava.
Il suo ululare non era solo di risposta a quei due cani impertinenti. Anzi non era affatto colpa di quei due cani. 
Quella villa apparteneva ad una signora mentalmente instabile, che viveva lì tutto l'anno con i suoi due figli, e si faceva compagnia con tutti i gatti del quartiere. Mi disse che aveva deciso di prendere due cani, perchè era necessario. Lo faceva per sentirsi sicura, e non per divertirsi. Praticamente quelle povere bestie la dovevano ringraziare perchè ogni tanto dava loro da mangiare gli avanzi di pasta. Bé, le diceva che amava gli animali. Forse in qualche modo questo poteva pure essere vero, li amava a modo suo, proprio come accudiva i suoi figli contro i quali strillava per tutta la giornata e durante tutti i santi giorni. Mi raccontò anche che quando vide Lilli pensò di scambiare uno dei suoi cani con lei, perchè era molto bella. Qualche piccolo neurone ancora vivo nel suo cervello le fece pensare che non era possibile, che ormai era fatta, e che abbandonare un cane non sarebbe stata cosa giusta. L'altro padrone non era riuscito a trovarlo, e così aveva scelto di tenersi quei due cuccioloni che crescevano a vista d'occhio e avevano tanta voglia di giocare. La loro voglia era del tutto repressa, e non serviva essere degli educatori cinofili per capire cosa non andasse nel loro modo di essere trattati. Una sera, sua figlia, decise che anche Lilli meritava un piccolo spazio nella loro famiglia, e dopo averla fatta mangiare la fece entrare nella loro villa, facendo illudere la pelosa di essere entrata anche nella loro vita. Il suo sogno, che a parer mio non sarebbe in ogni caso stato al pari di quel che lei meritava, svanì ben presto, quando al mattino dopo la Signora decise di cacciare "Giusy", come l'avevano chiamata loro, via da lì. Da quella sera la piccola randagia, pregava in ginocchio di essere di nuovo accettata. Le cose cambiarono quando a Luglio iniziò a scoprire che quella non era l'unica villa abitata, ma che man mano il quartiere si iniziava a riempire di gente. 
Queste cose mi furono raccontate solo dopo che la randagia era diventata Lilli. Ora era pulita, in forma, e camminava quasi normalmente. Era allegra e giocava con le palline da tennis al lancio e riporto. Le piaceva il fatto che la figlia della signora e le amiche giocassero per strada con queste palline. 
Quando era tutta sporca, e la sua apparenza molto meno piacevole, sentì dire, mentre la accarezzavo "Aaaah ma allora sono loro che le danno da mangiare... guarda... LA TOCCA PURE!"
Quelle parole mi fecero rabbrividire, e non persi tempo a pensarci due volte, prima di andare lì e diventare una iena. Nel mio sguardo c'era tanta rabbia. L'ignoranza mista alla presunzione, rappresenta un qualcosa che non riesco proprio ad accettare. Chiesi gentilmente quale fosse il problema, e capì che a parlare era stata una delle poche amiche della signora. Era una giovane di un paesino dei dintorni, che di animali non capiva nulla, e penso che non capisse nulla di quasi tutto il resto. Davanti a lei, la Signora, con faccia di bronzo, continuava a ripetere che per colpa di quella cagna tutti avevano litigato con lei perchè la notte non dormivano e le davano la colpa. A mio parere, ben pochi la calcolavano, e in ogni caso la giudicavano molto peggio di come lei credeva. Era per tutti una pazza, e forse io, che tanto poco l'ho sopportata, sono quella che ha potuto apprezzare quel poco di lei che basta per avere un giudizio mezzo gradino migliore di quello degli altri. Tornando all'amica, si permise di aggiungere che era sporca e che portava malattie. Le risposi con la verità, ovvero che mi ero procurata il migliore antipulci sul mercato, e gliel'avrei continuato a mettere con costanza. Rimasero sbigottite entrambe, e la matta mi chiese che antipulci avessi preso perchè lo doveva mettere ai suoi cani. Non credo gliel'abbia mai messo. 
Quei cani continuarono a farmi tanta pena, spesso non potevano raggiungere neanche la ciotola dell'acqua, e dovevano fare i loro bisogni sempre lì, a causa dei guinzagli che dicevano essersi spezzati. I bambini non portavano in giro i cani, perchè i cani tiravano. Anche qui non ci vuole un esperto per dire che la causa per cui i cani tiravano era che appunto i padroni non li portavano mai in giro.
La piccola Lilli invece, aveva girato molto, fin troppo. 
Una sera raggiunsi il centro a piedi  per poi di lì andare in auto a lavorare in un altro paesino. 
Lilli mi seguì in centro, e poi, quando salì in auto, il suo passo continuò svelto  sul marciapiede parallelo alla strada, in modo tale da potermi seguire nonostante fossi su 4 ruote. Inutile spiegare quanto fosse diventato grande il mio stupore in quel momento. Ero stupefatta e nello stesso tempo preoccupata che potesse succederle qualcosa. Per fortuna non si spinse verso le strade più grandi e trafficate, e quando vide che l'auto si allontanava verso la statale, decise di ripercorrere i suoi passi e tornare indietro. 
Quando di notte tornai a casa, mi accolse posando le sue zampone sul mio corpo, e allora tirai un sospiro di sollievo. 
Più passava il tempo, e più lei diventava affettuosa. Più diventava affettuosa e più io iniziavo a preoccuparmi di lei e di cosa sarebbe successo al termine dell'estate.
In poco tempo la presenza di Lilli diventò un'abitudine non solo per me, ma per tutta la mia famiglia. 
Ognuno di noi viveva il dolore a modo suo, ma le nostre anime, chiuse nel buio, pian piano si aprivano ad una nuova luce. 

Quei giorni furono un susseguirsi di fatti, sentimenti, e piccoli passi, tanto da sembrare appartenere ad un'unica pellicola.

...To be continued...

martedì 8 gennaio 2013

Un nuovo inizio

Ci sono cose che vale la pena scrivere. 

Non c'è storia che più vorrei scrivere se non questa.

Conobbi Lilli nei week end di giugno e luglio, quando iniziammo a trovare "un cane" ad aspettarci in villa ogni sabato e domenica. Credo avesse sentito in giro che il nostro fornello si accendeva sempre il sabato sera, e che chili di carne riempivano le griglie, e poi i nostri piatti... e quelli dei gatti del quartiere, nonchè del nostro adorato Didi. Se ora scrivo questa storia, è solo grazie a lui, che mi ha voluto regalare una nuova vita. Non era mai sembrato un gatto troppo generoso, tutti i nostri ospiti avevano paura delle sue unghie, e nessuno, a parte noi, era mai riuscito a conquistare la sua fiducia. Le maschere degli uomini nascondono spesso i loro lati negativi, gli animali sono sinceri, i gatti sinceri ma orgogliosi. Credo che sotto a tutto quell'orgoglio felino, si nascondeva un grande cuore. Il cuore di un lottatore, di uno di quelli che ha 7 vite, che non si arrende fino all'ultimo, e che ti ama dannatamente sino all'ultimo sospiro.
Didi non poteva più mangiare quella carne, mangiava a stento patè delle migliori marche, e la mia ricerca di nuovi gusti appetibili era diventata davvero disperata. Credo di conoscere tutti i cibi umidi per gatti, oltre ad essere diventata un'esperta di medicine per il fegato. Il mio grande amore verso gli animali, mi ha impedito di intraprendere la facoltà di Veterinaria, ma sono certa che sarei diventata una grande dottoressa se la mia sensibilità non prendesse il sopravvento ogni volta che vedo un animale soffrire. 
La parte divertente è che tutti i gatti, quelli contro cui il mio aveva sempre combattuto, e continuava a farlo, facevano la fila al Take Away della nostra cucina, e accerchiavano il nostro tavolo sperando in gustosi avanzi. 
Timida, nell'angolino buio, timorosa delle crew feline, c'era lei: una tenera anima pulciosa, che aspettava in silenzio, e scappava velocemente se qualche umano di sesso maschile le andava incontro, anche solo per darle da mangiare. 
Inutile dire, che il mio cuore si sciolse sin dal primo momento che la vidi.
Era magrissima, con un pelo bruno e biondo, rado e arruffato, qualche microesserino qua e là, le mammelle evidenti, la faccia simpatica e gli occhi intimoriti. Mi ci avvicinai subito, per niente intimidita dal fatto che potesse essere sporca, o che magari non potesse prender confidenza con gli esseri umani. Sembrò sorridermi appena fui vicina a lei, e già allora una linea magica sembrava fosse riuscita a collegarci. 
Non riusciva a camminare bene, e per lungo tempo ci chiedemmo se ciò fosse dovuto ad un difetto fisico. Probabilmente era solo un trauma comportamentale, anzi, lo era sicuramente, data la velocità con cui si riprese appena le fu donato un po' di affetto. Quando posso, faccio vedere a tutti com'era quando l'ho trovata. Ho una sua foto sul cellulare, ed è inevitabile non sentirsi un nodo alla gola quando la si vede. Direste che ora è davvero un'altra. Decisi che la settimana dopo avrei portato a quella dolce cagnolina, dell'ottimo antiparassitario. Ogni settimana i miei pensieri su di lei diventavano sempre frequenti, come anche le preoccupazioni di non trovarla più nel mio giardino la settimana dopo. 
Per fortuna o per sfortuna, c'era gente che nonostante la rinnegasse e la guardasse sdegnata, le lasciava qualche avanzo vicino al bidone. Il bidone era la sua dimora fissa, tra la sabbia e gli aghi di pino si accovacciava con una decina di gatti, con i quali condivideva cibo, amore e odio. Tenendo conto di ciò non doveva sorprendere il fatto che non fosse tutta toilettata e profumata. 
All'inizio cercai di non affezionarmici troppo, la mia tigre del bengasi, non accettava il fatto di non poter essere "figlio unico". 
Purtroppo questa volta non era solo questione di orgoglio, la tigre, non ce la faceva più. Il mio inseparabile compagno di vita, dopo 13 anni, era stanco e stremato, ci concedeva piccoli momenti di affetto mentre la sua malattia lo divorava, e le flebo erano diventate un'abitudine corrente. Io e mio padre presi da estremo coraggio, abbiamo combattuto con lui questa inevitabile guerra. Noi abbiamo perso. Ma lui ha vinto. E' sfuggito alla sofferenza, e ha deciso di salvarci da una pena senza fine, proprio quando noi cercavamo di salvare lui. Non mi piace ricordarlo così, ma so che mentre mi spezzavo in mille pezzettini, lui già metteva le basi di colla per ricomporli.    
Un giorno, un dannatissimo giorno, il mio Didi non c'era più. Non sono mai stata superstiziosa, ma cavolo quello era il 17 agosto. Venerdì 17 agosto. Non riuscivo a smettere di piangere, non ci credevo, non ci potevo credere. Per quanto potesse essere naturale e scontato, per me non sarebbe mai successo, o almeno non ora. Aveva lottato così tanto che non poteva essere l'ultima volta. 
Ero fuori, sulla sdraio, con le cuffie nelle orecchie. Annegavo tra le lacrime, e un filo di voce, non smetteva di cantare In Loving Memory. Ogni volta che l'ascoltavo la voce scompariva sempre più e quasi non riuscivo neanche a respirare. Eravamo tutti distrutti. Mamma soprattutto, sapeva che avrebbe sentito la sua mancanza, quando tutti eravamo impegnati ma aveva sempre un mantello morbido da accarezzare. Papà sembrava sentirsi in colpa, pensando di averlo stressato con l'ultima flebo. Io mi sentivo in colpa per non esserci stata il giorno di ferragosto. La realtà, è che non era colpa di nessuno.
Mio fratello e mia sorella nonostante il grande dolore che stavano vivendo insieme a me, cercarono di trovarmi svaghi per allontanare la mia pena.
I primi giorni furono i più duri, ogni giorno prima di uscire davo una carezza al terreno. 
Piangevo, nascondendomi da tutti tranne che da lei, quella cagnolina che ora aveva un nome: Lilli. 
Inutile dirvi che m'ispirai a Lilli e il Vagabondo, modificando il titolo della disney in Lilli la Vagabonda.
In quei giorni mi stava molto vicina, e se piangevo lei si alzava sulle zampe e cercava di darmi conforto con il naso umidicio. 
La presenza di Lilli mi faceva star bene, ma non era ancora il caso di stringere un legame più forte con lei: le avrei trovato una sistemazione e questo l'avevo promesso a me stessa, ma l'idea di portarla con me a Bari era ancora lontana anni luce (o forse non così tanto!!!!!). 
Un giorno Papà tornò dal supermercato con un bustone enorme di croccantini, e un sorriso enorme mi illuminò dopo tanto tempo il viso. 


...To be continued...