Ogni giorno tornavamo dal mare e lei era lì nel suo angolino a fare il suo pisolino, era diventata abitudine vederla anche ogni volta che si tornava dalle uscite serali. Lilli era lì, si faceva i suoi giri mattutini o notturni, ma nonostante ci fosse altra gente che si occupava di darle da mangiare, lei tornava sempre da noi. Ogni giorno, per un tempo sempre più lungo. L'avevamo presentata agli amici miei e di mia sorella, tutti erano stati ammaliati dalla sua infinita dolcezza. Ancora non riusciva a fidarsi degli uomini, il sesso maschile la intimoriva, aveva persino paura di mio padre... forse perchè lo vedeva sempre in giro con qualche attrezzo strano in mano, a pulire, rastrellare, o aggiustare qualcosa. Papà cercò più volte di avvicinarsi a lei da quando era arrivata a farci compagnia, ma ogni volta che erano a poco meno di due metri di distanza, coda tra le gambe e orecchie basse, lei se ne scappava via finchè il "pericolo" non era passato. Definire mio padre un pericolo, ha un non so che di ironico e ridicolo, dato che credo sia una delle persone più buone del mondo. Presto, infatti, le due anime buone si sarebbero trovate e avrebbero stretto un forte legame. La stessa ostilità che provava verso mio padre, la manteneva per tutti gli uomini. Noi donne a parole siamo quasi sempre più cattive di loro, ma ciò che noi siamo capaci di fare con le parole, gli uomini lo gestisco con i fatti. Questi fatti, poco o per niente ponderati, si possono manifestare in violenza e cattive azioni verso animali, donne, o uomini stessi, verso chiunque rappresenti per loro un pericolo. Probabilmente gli uomini arrivano a conclusioni più in fretta, e ciò è un bene in alcuni campi, ma un male se la fretta corre sopra a morale e sensibilità.
Se Lillina non si fidava di tutti, iniziava a fidarsi di me. Quando la conobbi una delle prime cose che provai a fare, fu quella di lanciarle una pigna, con l'intento che corresse a prenderla. Scappò impaurita. Provai con un legnetto leggero pensando che forse era la pigna che non le diceva nulla. Corse di nuovo via intimorita.
La piccola, che mordicchiava ardentemente, non aveva mai saputo cosa significasse giocare. E la paura che qualcuno le potesse lanciare qualcosa contro, era più forte di qualsiasi desiderio di gioco e apprendimento.
Una mattina mi alzai e la trovai in giardino, si avvicinò ed iniziò a correre da una parte e dall'altra, veloce come una saetta, e felice come una pasqua. Fu questo il modo in cui iniziammo a giocare insieme, rincorrendoci e sporcandoci di terreno.
Un paio di giorni dopo le insegnai a giocare con una pallina, e solo dopo ripresi in mano il legnetto con cui "ci avevo provato" qualche tempo prima.
Il legnetto ora le piaceva, ed io sorridevo nel vederla giocare.
Mi sembrava una bambina del terzo mondo, che era arrivata qui, e non aveva mai avuto giocattoli.
Bisognava insegnarle cos'erano una bambola, un peluche, un gioco a squadre, finchè non ne fosse rimasta affascinata e non ne avrebbe capito lo scopo: quello di divertirsi e allenare la mente o il corpo.
Ogni obiettivo che raggiungevo con Lilli, era per me un'immensa vittoria, e così lo sarebbe stato anche in futuro.
Un giorno, stavo per andare al mare e si avvicinò una ragazza dai capelli corti con l'accento del nord e una ciotola piena di acqua in mano. Aveva seguito Lilli fino alla nostra villa, che era diventato oramai il suo campo base. Si era preoccupata nel vederla così magra e, dato il caldo persistente di quei giorni, pensava fosse assetata. Le spiegai che già da un po' di tempo, aveva sempre dell'acqua fresca a disposizione.
Mentre i miei erano già in auto, con il costume e le loro borse da mare, diedi il mio numero di cellulare alla ragazza, che voleva mettersi in contatto con associazioni cinofile e diffondere annunci sulla pelosetta per trovarle una famiglia. Mi spiegò anche, che lei era un'educatrice cinofila e che credeva che Lilli avesse un grande potenziale. Le dissi che in ogni caso avrei potuto portare Lilli da mia nonna, e che comunque non l'avrei lasciata da sola lì. Mi chiese se avrebbe potuto avere "le coccole" oltre al mangiare e ad un posto sicuro dove stare, e perchè non me la potevo portare con me. Senza spiegarle troppo le dissi che saremmo rimaste aggiornate.
In quel momento ritornarono alla mente tutti quei pensieri che avevo rimandato fino a quel momento, che naturalmente riguardavano il futuro di Lilli.
La immaginai sul terrazzo di mia nonna, che aveva a disposizione molto spazio, dove si sarebbe potuta divertire e si sarebbe sentita libera di rincorrere i tanti presuntuosi gatti che c'erano lì in giro. Mia nonna aveva già una cagna, Pallina, soprannominata Palla, probabilmente per le strane dimensioni che aveva preso negl'ultimi tempi. Era davvero diventata una piccola e rotondeggiante Palla, fedele amica della nonna, che quando riusciva ad averla vicina non perdeva l'occasione di coccolarsela. Per gli animali, mia nonna, nutriva un rispetto e un amore che riservava solo a loro. Che dire, in questo era più che saggia. Gli animali le avevano dato sostegno e amore durante tutta la sua vita, ed era per questo che ripeteva un centinaio di volte al giorno, a chiunque si aggirasse per casa, se i cani avevano mangiato. "Povere bestie, stanno lì fuori senza che nessuno li curi, eppure sono così buoni" - diceva. Quel che è certo, è che di mangiare ne avevano, fin troppo! Quel che impediva a mia nonna di averli sempre in casa, era la sua vecchiaia. I suoi figli, soprattutto mio zio, che non vedeva l'ora di sbatterla in una casa per anziani per poi probabilmente vendere tutto, erano intimoriti dal fatto che potessero farla cadere. Mio zio, di nome ma non di fatto, ultimamente diceva persino che voleva chiudere Pallina nello scantinato. Pazzo e meschino. Negare a chi ti ha cresciuto, uno svago, nonchè l'amore a cui teneva tanto, dei suoi animali, credo sia più che cattivo. Di cose, quando in giro si diffuse l'idea di portare Lilli dalla nonna, mio zio, ne disse tante. Troppe. Piansi dalla rabbia quando le sentii. Mi sfogai con mia madre e persino con mio padre. Credo che neanche lui sapesse come quell'essere schifoso potesse essere suo fratello. La sorella di mio padre, invece era buona. Aveva il suo carattere ma amava gli animali. Nonostante qualche perplessità per la salute della nonna, non era del tutto contraria, anche se non ne ero poi tanto sicura. In ogni caso, questa soluzione non mi rendeva soddisfatta neanche al 30%.
L'idea che Lilli potesse entrare a far parte di un'altra famiglia, oltre ad essere difficile da realizzare in una realtà del sud come la nostra, dove la disinformazione regna sovrana e dove si fa a gara a chi spende di più per il cane della miglior razza (cosa che approfondirò in seguito, quando Lillina sarà salva nella sua nuova casa), mi rendeva sinceramente un po' gelosa. Sentivo che io e Lilli avevamo legato troppo. Avevo perso il mio miglior amico, il mio fratellino di zampa, e non volevo perdere anche lei.
INSOMMA... nessuna delle alternative mi rendeva felice in pace con me stessa.
...To be continued...