domenica 13 gennaio 2013

La strana ragazzina

In quei giorni, oltre a Lilli, si avvicinò a me una ragazzina sui 14 anni con lunghi capelli biondi, dall'aspetto sano e dallo sguardo vivace.

Non assomigliava per nulla alla madre, così magra da far impressione, senza qualche dente, con i capelli castani, ricci e sempre spettinati, e con la voce isterica. 
Già, quella ragazzina era la figlia della Signora Matta della villa vicina.
Certo, era diversa da lei, ma purtroppo qualche squilibrio mentale aveva preso anche lei. Come darle tutti i torti, di certo non viveva in un ambiente familiare felice. Ciò che diventiamo è per il 90% dovuto a ciò che impariamo dai nostri genitori. Lei aveva solo la madre, suo padre era morto, ma pare che la vita con lui in casa fosse ancora più violenta di quella sotto le grida della madre. Leggende del quartiere descrivono il defunto nonno come una persona discreta che aveva avuto però problemi psicologici, e l'unico uomo rimasto vicino a loro credo fosse lo zio, che era ben poco, se non per nulla, disponibile a sopportare il resto della famiglia. 
La ragazzina, come la madre, non perdeva l'occasione di placcarmi ogni volta che ero nei dintorni, per sottopormi ogni volta un quesito o una storia diversa. Non mi sarei lamentata se le sue storie fossero state piacevoli. Per lo meno non erano sempre le stesse come quelle che raccontava sua madre. 
Imparai a sopportare entrambe, mostrando finto interesse, o addirittura indifferenza. Faceva lo stesso, avevano solo bisogno di essere ascoltate. In realtà alcune cose di quella ragazzina e del suo stile di vita mi incuriosivano, perchè sin da quando ero piccola avevo sentito i suoi litigare dalla mattina alla sera ed erano gli unici nel vicinato che vivevano tutto l'anno lì. Solo dopo molte chiaccherate le chiesi il suo nome, o forse lo imparai per tutte le volte che la madre la rimproverava o la chiamava per mangiare mentre si aggirava nel mio giardino. Si chiamava Desy. Parlava della disoccupazione della madre che li aveva spinti a trasferirsi qualche anno prima al nord, ma che, in assenza di un lavoro stabile, li aveva costretti a tornare in quel piccolo paesino di mare, ottimo per il relax estivo, ma veramente desolato e triste d'inverno. Disse più volte di avere un iPad, cosa che mi lasciò contraddetta dato che l'unica loro entrata era l'affitto del piano superiore della villa, oltre alle probabili e scarse rimanenze del patrimonio di famiglia. Io credo che ce l'avesse davvero, e vi dirò, si vestiva pure discretamente. Tutto normale, ma dato che la sua condizione non lo era poi tanto, un po' mi stupiva. Trattava la madre con polso duro, quasi da sembrare lei il capofamiglia, e il suo fratellino in confronto a loro, era quasi invisibile. L'anno prima vennero da me, lei e il fratello minore, perchè avevano trovato un cane che si era smarrito, e, dopo essere stato visto da loro. alla fine arrivato alla nostra villa.
Inizio a pensare che per l'afflusso di gatti e cani che hanno sempre frequentato il nostro giardino, forse era stato benedetto da San Francesco, o forse dipendeva solo dal fornello del sabato sera. 
Fatto sta che questo cagnolino non voleva essere preso dal collare e ricordo che quasi mi stava per azzannare la mano quando provai a farlo. Prima che capissi come risolvere la situazione, giunse l'allegra combriccola, che di allegro aveva ben poco. La ragazzina sentenziò che l'unica cosa era di andare dai vigili, e così prese la bicicletta e andò verso il centro. 
Lasciò il bambino vicino al cancello della mia villa per impedire al cagnolino di fuggire. Non solo lo lasciò, ma gli ordinò di farlo. Tutto ok, se non fosse che il bambino, così magro rispetto alla sorella, tremava di freddo. Tutto ok, se non fosse stato un giorno agosto. Tremava perchè era ustionato sulle spalle e sulla schiena. Gli dissi di andarsi a mettere una crema doposole e che doveva stare attento e mettersi la protezione. Non lo fece, sia perchè la sorella gli aveva ordinato di rimanere lì, sia perchè la crema doposole non sapeva neanche cosa fosse. Mi disse semplicemente: "la mamma si è dimenticata di prendere la crema per il sole e quindi dovrò usare la maglietta in questi giorni al mare". Stavo per chiamare l'assistenza sociale, quando pensai che la legge italiana è lenta e fa schifo, e che i diritti dei bambini sono al quanto soggettivi. Insomma era meglio non immischiarsi, e forse vedendo il tutto nella sua globalità con sua madre e sua sorella dopotutto non stava troppo male. Era pur sempre la sua famiglia, e qualche piccolo spiraglio di buono c'era anche in essa. 
La questione si risolse, e quella fu la prima volta che mi trovai implicata nei casini di quella ragazza. 
L'anno dopo mi raccontò delle scuole che aveva frequentato, dei pochi amici che aveva (la maggior parte dei quali erano gatti), e dell'unica cosa che suscitava davvero il mio interesse: la storia di Lilli. 
Ogni giorno mi illustrava un episodio differente della vita di Lilli. Mi disse di quando aveva avuto i cuccioli, e del fatto che le erano stati tolti con la forza da un ragazza cattivo, che li aveva venduti a 20 0 30 euro l'uno.
In effetti quando Lilli arrivò dalle nostre parti aveva le mammelle come quelle di una mamma. 
La cosa che ci stupiva era che sembrava molto giovane, ma  ci dissero che i cani potevano rimanere in attesa anche a partire dagli 8 mesi. Facendo una veloce ricerca vidi che in effetti era così, il primo calore giunge in genere tra il sesto e il decimo mese.
Ogni volta che mi veniva raccontata qualcosa di quella cagnolina che stavo accudendo, mi prendeva una stretta al cuore.
Purtroppo le storie su Lilli, in linea con le altre con cui m'intratteneva la ragazza, non erano mai troppo felici.
Anzi non lo erano per nulla, quasi volevo che non corrispondessero alla realtà. Voglio ancora fortemente che non sia stato così.
Un'altra volta mi fu raccontato di quando la madre aveva chiamato l'accalappia cani per disfarsi di Lilli. Disse che quando arrivò, capirono che l'avrebbero soppressa, e sotto consiglio della stessa madre, prese uno dei guinzagli ancora funzionanti e iniziò a correre scappando insieme a lei dove non potevano trovarle. 
Non sapevo quanto ci fosse di vero nel racconto, fatto sta, che in realtà piccole del sud, non si pongono troppi problemi per queste tematiche, oppure le persone che se li pongono sono poche, quasi degli angeli. 
Presto iniziai ad evitarla, perchè ciò che era stato non potevo cambiarlo, potevo solo pensare ad un futuro migliore per quel cane che mi aveva preso il cuore. 
Alla ragazzina Lilli piaceva davvero molto, come le piacevano tutti gli animali, anche se sembrava non essere tanto sensibile nè nei loro confronti, nè verso gli uomini. 
Un giorno venne da me piangendo, dicendo che aveva bisogno d'aiuto, e portando in mano un gatto piccolissimo, quasi entrava in un suo pugno. Era davvero una minuscola anima felina. Non respirava quasi più, era pieno di muco, gli occhi lacrimanti. Sapevo di cosa si trattava. I gatti di mia nonna ne soffrivano da anni, e purtroppo l'unica cura era quella che si poteva applicare con costanza sin dai primi giorni di vita. Chiamai mia zia e le chiesi il nome del farmaco che usava con i mici della nonna. Mi disse il nome e la somministrazione, ma mi spiegò, come già sapevo, che doveva essere applicato dall'inizio o non avrebbe avuto effetto. La ragazzina si limitava a pulirli naso e occhi con un po' d'acqua calda, e questo non sarebbe bastato. Mi supplicò di salvarlo, perchè lei aveva fatto di tutto, era l'ultimo della cucciolata, della cucciolata del gatto che aveva trovato quando c'era ancora suo padre. Feci di tutto, ma quel tutto era ben poco. Le diedi una scatoletta di patè del mio povero Didi che già non c'era più, e  le dissi di andare ad ordinare la medicina, e che saremmo passati noi a pagarla e ritirarla. Il micino non mangiava, ma le dissi di continuare a provare. Dopo meno di un'ora la trovai di nuovo al mio cancello. La sua presenza iniziava davvero ad angosciarmi. E in effetti... facevo bene a farlo!!!
Piangeva. Disse che non ce l'aveva fatta. Piangeva ancora. Aveva poggiato una scatola di croccantini vuota, di quelle piccole sul mio muretto, e non ne capì il significato finchè... non  mi mostrò che in mano aveva il corpo del microgatto che ormai non respirava definitivamente più. Pensai che il suo intento era di farmi venire un attacco di cuore, ma con una forza che neanche io conoscevo riuscì a rimanere lì senza svenire nè scappare. Le dissi che mi dispiaceva, e chi meglio di me, poteva capirla. 
Sapevo che la sua sofferenza sarebbe stata nettamente inferiore alla mia. 
Dopo poco vidi mi sembrava che si fosse già ripresa, sicuramente ne aveva passate tante da non sembrarle poi una tale tragedia. 
Il fatto che venisse da me a confidarsi o in cerca di consigli, sebbene mi facesse alzare i livelli di ansia e sopportazione, da un lato mi lusingava. 

Probabilmente ero la persona che l'aveva ascoltata di più in quei pochi giorni in tutta la sua vita. 


...To be continued...


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